Diritti

I bisogni fondamentali delle donne e degli uomini come diritti indivisibili ed effettivamente esigibili; assunzione della “quota capitaria” come “programmazione finanziaria strategica”

Etica

Promozione dell’economia civile produttiva e responsabilità pubblica verso i beni comuni; assunzione dei parametri degli Indici di Sviluppo Umano

Lavoro

Dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, come forza creativa e creatrice di benessere, emancipazione e libertà

Ambiente

Sostenibilità dello sviluppo e valorizzazione delle energie rinnovabili e del capitale sociale umano, animale e naturale

Partecipazione

Nuova consapevolezza della responsabilità politica delle persone e delle comunità verso i beni comuni, la libertà e la democrazia

Differenza

La consapevolezza della differenza per imparare dall’altra e dall’altro. Per superare l'ingiustizia ed il conformismo della parità formale.

Pace

La pace scelta come condizione irrinunciabile ed indispensabile del confronto e del conflitto. Per sconfiggere ogni violenza nel promuovere il cambiamento con le parole ed i comportamenti.

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L'ECONOMIA È CURA di Ina Praetorius, edizione italiana a cura di Adriana Maestro per la IOD edizioni

 

 
Oggi il tema della cura è diventato un tema molto frequentato, grazie soprattutto a una parte del pensiero femminista che ci ha lavorato assiduamente in questi anni, ponendolo al centro delle proprie riflessioni. Si parla ormai abbastanza comunemente di cura, di lavori di cura, dell’economia della cura, anche con tutte le trappole che questi termini e questi temi comportano. La proposta che qui però la Praetorius chiaramente ci fa è di considerare la cura come il centro stesso, l’oggetto precipuo dell’economia e non come un settore specifico di essa che chiede riconoscimento senza, con questo, mettere sostanzialmente in discussione il concetto di economia come oggi viene comunemente accettato.   

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Riceviamo dal portavoce del Mediterranean Pride of Naples, Antonello Sannino,  una riflessione politica e culturale che riteniamo molto interessante e che facciamo nostra. Volentieri la pubblichiamo come editoriale   

La strage di Orlando può essere raccontata come l'11 settembre della comunità GLBT (Gay, Lesbian, Bisex e Trans) mondiale; le persone lesbiche, gay e transessuali pagano ancora una volta un pesante tributo di sangue e di morte all'odio e all'intolleranza. Lo stesso tragico tributo che pagano le minoranza, ogni qual volta che l'odio irrompe nella Storia, come accadde nel secolo scorso, quando circa centomila omosessuali persero la vita nei campi di concentramento nazifascista, genocidio la cui memoria è stata purtroppo ricostruita con imperdonabile ritardo. Passano i giorni e aumentano i particolari ed emergono grandi storie d'amore e di umanità: gli ultimi sms di un ragazzino spaventato inviati a sua madre, poco prima di morire o il gesto eroico di una mamma che ha salvato il figlio facendogli scudo con il proprio corpo.


Ovviamente, emergono particolari inquietanti anche sulla vita privata dell'attentatore che, forse, era omosessuale. D'altro canto, l'esperienza ci insegna che spesso la violenza omofobica nasce da una omosessualità vissuta male. Ed è ormai documentata - ad esempio -  l'omosessualità di molti dei più spietati gerarchi nazisti agli ordini di Ernst Röhm, tra i fedelissimi di Hitler.  La strage di Orlando ci ricorda, in modo tragico, che l'omofobia non è affatto sparita, che non bastano le Unioni civili o il riconoscimento dei diritti di piena uguaglianza che l'occidente faticosamente sta riconoscendo alle persone GLBT. 


Questa strage ci ricorda che l'odio verso le persone gay, lesbiche e transessuali può facilmente trasformarsi in morte, dolore e sofferenza, ecco perché è necessario dire e sottolineare che la strage di Orlando è prima di tutto frutto dell'omofobia, dell'odio e dell' intolleranza. Un odio e un'intolleranza che hanno radici profonde, in una cultura plurisecolare pregna di  maschilismo e sessismo, una cultura che ha condizionato e ancora condiziona l'esistenza di intere generazioni, trasformandosi in omofobia interiorizzata, odio interiorizzato. 


Quella stessa omofobia interiorizzata che entra nelle istituzioni e nella politica e suggerisce ai nostri politici e alle nostre istituzioni nazionali di tacere la matrice omofoba della strage di Orlando, come è accaduto all'indomani dell'eccidio.

Quell'omofobia che ha provocato il licenziamento del  ragazzo gay sopravvissuto perché il suo datore di lavoro ha scoperto la sua omosessualità da una intervista televisiva dopo l'attentato.
Quell'omofobia che ha impedito a centinaia di persone gay di donare il sangue, in segno di solidarietà ai sopravvissuti, per una insopportabile discriminazione normativa dello stato della Florida, che vieta agli omosessuali di donare il sangue.

Quell'omofobia che diventa regola quotidiana in ogni angolo del pianeta, anche qui in Italia, con migliaia di commenti social (da parte dei soliti politici, ma anche di gente comune) di  inaudita violenza. 
E poi, diciamocelo francamente, saremmo stati tutti Pulse (il locale gay dove è accaduta la strage di Orlando) se il Pulse non fosse stato un locale gay! Ed è vero che si moltiplicano le iniziative, i flash mob, le fiaccolate ma tutte organizzate da gruppi GLBT, come se quella etichetta GAY (Good As You!) fosse altro da noi, di diverso da noi.


Ma la strage di Orlando, al di là della probabile matrice terroristica e alla certa matrice omofobica, è un attacco inaccettabile alla libertà di ciascuno di noi. 


Infatti, dietro il folle gesto del 29enne di Orlando, Omar Mateen, vi è sicuramente il portato omofobo del fondamentalismo islamico, di quel fondamentalismo religioso pronto a uccidere in nome di Dio, quel sentimento di odio per il quale il padre di Omar rimprovera il figlio di non aver atteso la punizione che Dio avrebbe comunque riservato  agli omosessuali, ma vi è anche l'intenzione di colpire un simbolo dell'emancipazione della comunità GLBT , un simbolo dell'occidente, esattamente come quando, sotto gli occhi impotenti del mondo, sono stati rasi al suolo i resti di Palmira in Siria o i Buddha di Bamiyan in Afghanistan.
Omar voleva colpire l'occidente in uno dei suoi simboli culturalmente più "divisivi" ed ecco perché in tanti temevano un attentato da parte del terrorismo islamico, perché sui diritti civili il mondo risulta sempre più spaccato: da una parte molti stati, cosiddetti "occidentali", stanno riconoscendo, ora con sorprendete rapidità, ora con una fatica "secolare",  la piena uguaglianza alle persone GLBT. Dall'altra, ci sono paesi, o califfati, soprattutto di cultura islamica, che inaspriscono leggi e condanne nei confronti delle persone GLBT, paesi che prevedono esecuzioni capitali, anche di minori, sempre più spettacolarizzate (lancio dalle torri, impiccagioni, lapidazioni).

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