Diritti

I bisogni fondamentali delle donne e degli uomini come diritti indivisibili ed effettivamente esigibili; assunzione della “quota capitaria” come “programmazione finanziaria strategica”

Etica

Promozione dell’economia civile produttiva e responsabilità pubblica verso i beni comuni; assunzione dei parametri degli Indici di Sviluppo Umano

Lavoro

Dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, come forza creativa e creatrice di benessere, emancipazione e libertà

Ambiente

Sostenibilità dello sviluppo e valorizzazione delle energie rinnovabili e del capitale sociale umano, animale e naturale

Partecipazione

Nuova consapevolezza della responsabilità politica delle persone e delle comunità verso i beni comuni, la libertà e la democrazia

Differenza

La consapevolezza della differenza per imparare dall’altra e dall’altro. Per superare l'ingiustizia ed il conformismo della parità formale.

Pace

La pace scelta come condizione irrinunciabile ed indispensabile del confronto e del conflitto. Per sconfiggere ogni violenza nel promuovere il cambiamento con le parole ed i comportamenti.

Frontpage Slideshow | Copyright © 2006-2011 JoomlaWorks Ltd.

L'ECONOMIA È CURA di Ina Praetorius, edizione italiana a cura di Adriana Maestro per la IOD edizioni

 

 
Oggi il tema della cura è diventato un tema molto frequentato, grazie soprattutto a una parte del pensiero femminista che ci ha lavorato assiduamente in questi anni, ponendolo al centro delle proprie riflessioni. Si parla ormai abbastanza comunemente di cura, di lavori di cura, dell’economia della cura, anche con tutte le trappole che questi termini e questi temi comportano. La proposta che qui però la Praetorius chiaramente ci fa è di considerare la cura come il centro stesso, l’oggetto precipuo dell’economia e non come un settore specifico di essa che chiede riconoscimento senza, con questo, mettere sostanzialmente in discussione il concetto di economia come oggi viene comunemente accettato.   

   Deutsch

   

   English

Ci sono tre giovanissimi, molto diversi tra di loro: due ragazzi e una ragazza, accomunati da un disagio che è un epocale andare lontano da sé ed essere stranieri alle proprie stesse esistenze. Un disagio variamente mortale per due dei tre ragazzi, che non ci sono più perché il loro smarrimento, lo smarrimento della loro profonda esclusione, è stato scontato in vite umane, le proprie e quelle di altre persone. Si tratta di un diciottenne nato in Baviera da genitori iraniani; un venticinquenne palestinese, danzatore dal talento naturale; una diciottenne nuotatrice di Damasco. Le loro storie sono le storie del nostro tempo; cercare la relazione tra esse può forse aiutarci ad allestire una narrazione ascensionale di speranza.

David Ali Sonboly aveva diciotto anni, e il tardo pomeriggio dello scorso 22 luglio ha fatto fuoco con la sua Glock 17, la pistola acquistata illegalmente sul web, prima nella sede di un MacDonald, poi all’ingresso e dal tetto del centro commerciale Oez, a Monaco, nel quartiere nord-occidentale di Moosach. Nove persone sono morte e più di trenta sono rimaste ferite. Il killer bambino si è poi ucciso, a circa un chilometro dall’Oez, dove il suo corpo è stato ritrovato con accanto uno zainetto di scuola carico di pallottole. Il giovane tedesco-iraniano non era un terrorista: la sua azione non è stata pilotata né rivendicata dallo Stato Islamico o da altre organizzazioni eversive. Il suo è stato quello che la stampa definisce, con la consueta epigrafica sbrigatività, il gesto di un folle. Oggi sappiamo che la strage compiuta da David Ali era con tutta probabilità premeditata: nella sua cameretta sono stati trovati titoli come "La furia nella testa. Perché gli studenti uccidono", e materiali sulle grandi stragi del passato, in particolare quelle che hanno coinvolto giovani e giovanissimi, sia in veste di carnefici che di vittime; il diciottenne ha infine ucciso nel giorno del quinto anniversario del massacro di Utoya, in Norvegia, settantasette vittime in tutto, coordinato dal trentaduenne simpatizzante di estrema destra Anders Behring Breivik, che in tribunale dichiarò di aver allestito gli attentati per dare un "messaggio forte al popolo, per fermare i danni del partito laburista" e per impedire "una decostruzione della cultura norvegese per via dell'immigrazione in massa dei musulmani". Il giovane di Monaco però, lo abbiamo detto, non era né un militante né un terrorista: oggi sappiamo che era sotto terapia farmacologica per una forma di depressione causata, pare, dall’ avere subito atti di bullismo da parte dei compagni di scuola, in larga parte figli di immigrati come lui. "Conosco questo c... di tipo, si chiama Ali Sonboly. Era nella mia classe. Facevamo sempre del mobbing contro di lui a scuola. E lui diceva sempre che ci avrebbe uccisi", recita il post di uno di questi compagni di scuola, rintracciato in una chat Facebook dal Daily Mail, come riporta La Repubblica. I social e la loro totalizzante presenza nella vita dei giovanissimi rientrano in questa vicenda anche per un altro risvolto: Ali avrebbe gestito, da un profilo falso o violato, una finta promozione proprio su quel punto vendita MacDonald, allo scopo di attirare là quanti più coetanei persecutori possibile, una vera e propria trappola, digitale e poi concreta, gestita forse con la complicità di un coetaneo di origini afgane. Il killer ragazzino ha urlato più di una volta prima, durante e dopo aver fatto fuoco, “Allahu Akbar”: la sua intera condotta sembra adesso potere assurgere a paradigma del fatto che, sempre più spesso sul suolo occidentale, lo scontro tra civiltà diventa il paravento, la suggestione per forme di radicalizzazione che sono la risposta a un malessere del tutto autoctono. Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, scrive nel suo libro “Il contrario della paura”: «Concordo con quanto ha scritto il sociologo francese e studioso dell'Islam Olivier Roy, che ha parlato di una "islamizzazione della radicalità" piuttosto che di una "radicalizzazione dell'Islam": "questa non è la 'rivolta dell'Islam' o dei 'musulmani', ma un problema preciso che concerne due categorie di giovani, in maggioranza originari dell'immigrazione (…). Non è la radicalizzazione dell'Islam, ma l'islamizzazione della radicalità". Vuol dire che ci sono spinte, pulsioni radicali, che trovano nell'Islam una sorta di "vestito", una giustificazione.»

"Sono stato vittima di bullismo per sette anni, ma ora ho comprato una pistola per spararvi" ha infine urlato David Ali, dal tetto dell'Olympia-Oez, a Thomas Salbey, il cinquantasettenne che, dal balcone di casa, ha parlato con l’assassino e filmato la scena col telefono cellulare. Salbey, caucasico esponente della working class tedesca, ha intentato una maniera piuttosto bizzarra per “provare a fermare”, come ha dichiarato alla stampa di tutto il mondo, la furia omicida di Sonboly: una volta resosi conto di quanto stava accadendo fuori dalla sua finestra, Thomas ha infatti intercettato l’attenzione del ragazzino armato e oltre lo smarrimento e la disperazione, che aveva già ucciso delle persone; e, con un linguaggio che ricorda i peggiori action movies, ha cominciato ad apostrofarlo con invettive del tipo "la tua testa deve essere tagliata", "stranieri del cazzo", e ancora "coglione, segaiolo, stronzo e straniero di merda". Poco prima, Ali gli aveva detto: "Sono tedesco, sono nato qui, e sono in trattamento (psicologico, ndr)", e si era sentito rispondere che un trattamento psichiatrico era proprio ciò che serviva. Il ragazzo stava parlando con lui, una occasione preziosissima per provare davvero ad entrare in connessione, comprendere, alleviare la rabbia; il giovane gli aveva detto: sono tedesco, sono nato qui, sono cresciuto qui nell'area Hartz 4, vale a dire l'ennesimo ghetto con un numero per nome, dove sembra non manchi nulla, lavoro, regole, una casa dignitosa o addirittura bella, lo psichiatra della scuola o del sistema sanitario nazionale, i cui antidepressivi non bastano ad aggiustare la testa dalla esclusione immateriale, l'isolamento che annichilisce, la violenza senza fine di non essere mai guardati tutti interi, guardati, con com-passione. La dinamica dei nuovi terrorismi e, soprattutto, la dinamica di questo magmatico annichilimento che nella loro temperie di odio cerca legittimità e senso si sviluppa, ci fa riflettere Salvatore Esposito, presidente della rete Mediterraneo Sociale, nella povertà immateriale, della conoscenza e dei valori. È davvero irrimandabile il coltivare un grande pacifismo interiore, che, aggiunge Salvatore, «equivale non a porsi staticamente a metà tra il violento e il violato, ma piuttosto a scegliere per sé una posizione dinamica, ispirata dal dovere di comprendere profondamente le ragioni di quello che accade. È questo il compito di chi è chiamato a costruire la mediazione culturale e una speranza di civiltà per questo pianeta». A volte, dopo Monaco, mi sono sorpresa a sospettare che oggi Thomas sia l'Europa intera, l’Europa matrigna di Brexit, dei populismi, della rimonta dei nazionalismi; l’Europa e, forse, l’occidente intero. Ma io, davvero, non sono Thomas.

Lettera aperta di Salvatore Esposito a Lucio Pignalosa

Manifesto del Turismo Culturale

Graduatorie Servizio Civile 2016

Verità per Giulio Regeny

Presentazione "Acciuffare la Luna"

Brochure Mediterraneo Sociale

brochure mediterraneo sociale

Per visualizzare la brochure cliccaqui

Carta di Napoli

Latouche incontra il Cilento

15maggio Latouche

Corso di formazione

Valorizzare le risorse del territorio: pratiche e strumenti

Open class MIART

Social Flight One

Calendario attività

loader